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Intervista a Giuseppe De Rita, fondatore e presidente del Censis (Centro studi investimenti sociali), celebre istituto di ricerca socio-economica . Il suo rapporto annuale  è considerato fondamentale per leggere l’evoluzione dell’Italia.

 

Perché parla di verticalizzazione del comando?

‘La società moderna , molto complicata, crea ansia, bisogno di sicurezza: siamo dispersi, ognuno per conto suo, spesso l’uno contro l’altro. Non c’è coesione: di qui il desiderio di trovare qualcuno che comandi, che si prenda la responsabilità di tutti. Non è il peronismo antico, è la novità di oggi: in Italia come in Russia, come negli Stati Uniti, dove la presidenza è molto accentrata. Se non c’è verticalizzazione si ha l’impressione che qualcosa non funzioni: pensiamo all’Europa, policentrica, con una grande organizzazione amministrativa, mille direttive, che però non è in grado di decidere. A me non piace, ma riconosco che questa esigenza di avere qualcuno che comandi è diventato un bisogno sociale vero’.

Non c’è il rischio che questa domanda apra la strada a forme di autoritarismo?

‘Che ci sia una propensione a chiedere un po’ di autorità è evidente: ma che si arrivi all’autoritarismo è difficile, la società moderna respinge la sottomissione all’autorità un po’ in tutto il mondo, per non parlare in casa nostra dove vorremmo fare ognuno per conto proprio e Dio per tutti. Al massimo, si cerca una doppia autorità: quella terrena, che garantisce la sicurezza, il comando, e quella religiosa, che può assicurare il senso della vita. Succede  in Russia, in Iran e anche in Cina  dove l’autoritarismo del partito si combina con un rilancio del confucianesimo’.

E in Italia?

‘E’ scattato un meccanismo di stanchezza per i processi di mediazione: è una società molto articolata, con 5-6 milioni di imprenditori, 100-150 distretti industriali forti, i comuni, le province, le regioni, la concertazione, il sindacato. A un certo punto c’è stata la stanchezza: tutta questa dimensione intermedia, si è detto, induce allo slabramento della decisione, torniamo a decidere. Un processo che dura dagli anni ’80, da quando è arrivato Craxi. Per certi versi anche Berlusconi ha seguito questo modello, incompiuto per i motivi che conosciamo. Lo stesso Renzi è un seguace di questa voglia di dire ‘ci metto la faccia’, ‘decido io’, fra me e il popolo non voglio nessuno, il partito, il sindacato, la provincia, la camera di commercio. Questa esaltazione del comando pone però un altro, vero problema:  chi comanda deve avere poi  la catena di comando.  Se resta dentro il suo castello, senza circuiti che esercitino un percorso discendente verso la realtà e viceversa, in modo che la realtà possa essere capita e interpretata da chi comanda, ecco che nascono i problemi come quelli che credo ci siano oggi in Italia’.

Gli italiani come reagiscono?

‘Siamo un popolo fin troppo tranquillo. Abbiamo fatto dal dopoguerra la nostra lunga corsa per l’agiatezza, siamo diventati addirittura sobri, consumiamo di meno.  La crisi ha avuto risultati imbarazzanti, è cresciuto vorticosamente il risparmio: non è che non ci sono i soldi, non li tiriamo fuori. Ci sentiamo, tutto sommato, abbastanza bene: il che significa che non abbiamo nessuna voglia di cambiare. Questo è il nostro vero problema’.

Il suo punto di vista su San Marino?

‘Anni fa pensavo che dovesse avere un rapporto privilegiato con la riviera, Rimini, la ‘spalla d’Italia’, come dicevamo allora, l’area dove l’industrialismo della Valle padana si incardina con il turismo adriatico. Oggi penso che il destino della Repubblica di San Marino debba essere un altro, il più solitario possibile: esaltare se stessa economicamente, finanziariamente, politicamente,  come stato a se stante,  con le proprie capacità, non come soggetto del territorio. Non avrebbe senso’.