KVIFF 2022: EO, Like a Fish on the Moon, Eight Mountains, Festa del papà | Festival e Premi

Adattato dal romanzo di Paolo Cognetti “Le Otto Montagne”, una meditazione di 147 minuti sull’amicizia inizia con una certa vivacità: Pietro (Lupo Barbiero), un ragazzo solitario di Milano, arriva con la sua famiglia nella montuosa Valle d’Aosta italiana in estate. Lì incontra un ragazzo del posto, Bruno (Cristiano Sasella), che a differenza del borghese Pietro, proviene da una famiglia di contadini. I ragazzi si legano rapidamente: corrono attraverso campi verdi lussureggianti e ruscelli tremolanti mentre il cantautore svedese Daniel Norgeren (che si distingue, spesso in modo piuttosto drammatico con questo suono) li accompagna.

Mentre la prima metà di “The Eight Mountains” presenta l’acume visivo di Terrence Malick mescolato ai capricci di Wes Anderson, la seconda metà, facendo un salto nel futuro, cattura prima l’adolescenza dei ragazzi, poi i loro anni ribelli, in ritardo di ritmo e interesse. Dodger, Pietro ha lasciato morire il padre mentre i due erano separati. Tornato in montagna, incontra di nuovo Bruno per completare una casa che suo padre alpinista aveva sempre desiderato come residenza estiva.

Luca Marinelli e Alessandro Borghi interpretano rispettivamente gli adulti Pietro e Bruno, e i due grandi attori animano il cielo e la terra per dare a questo film una sorta di significato. Ma Groningen e Vandermerch hanno creato un’immagine volgare troppo timorosa per agire secondo il suo copione peculiare, troppo ampia per offrire a nessuna delle donne una ricca vita interiore e troppo omogenea per saziare qualsiasi dramma tra Pietro e Bruno. Invece, è davvero una bella amicizia tra due uomini in mostra che si sentono come se fossero bloccati in spazi limitati, tra essere uomini di montagna e abitanti delle città, ma non portano quell’argomento in uno spazio emotivo profondo.

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A volte il film è semplice, ma almeno deve essere divertente. “Eight Mountains”, specialmente nel suo finale cliché, è un lungo, lento ritmo epico che si svuota senza alcun desiderio di esplorare l’anima umana in agguato sotto le parole non dette.

Il quarto lungometraggio del regista ruandese Kivu Ruhorahuzafesta del papàAttraversa pazientemente e abilmente le acque del potere patriarcale e del trauma generazionale per offrire una storia tentacolare che non perde mai il suo abile senso di intimità.

Celestino Traglia

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