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“Il personale medico, infermieristico e di segreteria dell’UOC Cure Primarie e Salute Territoriale – si legge in una nota – desidera esprimere la propria piena solidarietà all’infermiera vittima dell’inqualificabile atto di aggressione verbale avvenuto Venerdì 10 Febbraio presso l’ambulatorio di Chiesanuova. Questo fatto assolutamente deplorevole, ultimo di una oramai lunga serie di violenze verbali e purtroppo anche fisiche alle quali stiamo assistendo attoniti, deve innescare considerazioni approfondite non solo negli operatori sanitari ma anche e  soprattutto nella cittadinanza, poiché segno tangibile della deriva dei rapporti personali e sociali che purtroppo stanno caratterizzando la nostra collettività. Quando in un paese comincia a vigere la legge del più forte e dell’intolleranza alle più civili norme di comportamento è il momento, nessuno escluso, di fermarsi un attimo a riflettere su quale Società vogliamo creare: quella della sopraffazione e della maleducazione o quella del rispetto reciproco e della tolleranza? Il personale dell’UOC Cure Primarie si augura che situazioni simili non debbano mai più ripetersi in futuro, garantendo come sempre il massimo impegno e la più assoluta disponibilità nei confronti delle necessità della cittadinanza ma pretendendo da parte di tutti il rispetto reciproco nonché quello dei ruoli.
L’UOC Cure Primarie e Salute Territoriale”.

Partiamo proprio da questo accorato appello per approfondire un argomento che necessita qualche parola in più da parte chi ha la responsabilità di fare informazione. Nella giornata di ieri abbiamo parlato con alcuni medici dell’ospedale per avere qualche impressione e commento. La voglia di parlare è poca, mentre l’amarezza è palpabile. A quanto pare infatti negli ultimi mesi e anni, questo è solo l’ennesimo episodio di intemperanza, per non dire di peggio. Aggiungiamo intanto che l’infermiera di cui sopra, fosse incinta. Possiamo dunque solo provare a comprendere il suo stato d’animo rispetto a questa aggressione.

Come non ricordare poi quanto accaduto lo scorso ottobre. Un medico anestesista è stato aggredito dal padre di una bambina di poco più di un anno, che era stata trasferita dall’ambulatorio urgenze al reparto di pediatria per procedere ad indagini sieroematiche mediante prelievo. Capo sala e infermiera hanno raccontato di aver subito avuto difficoltà nel reperire una via venosa nella piccola paziente, chiamando quindi a supporto l’anestesista di turno. Giunto di lì a poco nel reparto con l’ecografo in dotazione, il medico ha ripetutamente cercato l’accesso venoso fino a quando, dopo aver preso la vena, si è registrata la fuoriuscita dell’ago. A quel punto – in base ai racconti dei presenti – il padre della bimba, un 39enne domiciliato sul Titano, avrebbe perso le staffe, aggredendo verbalmente e fisicamente il medico, sferrandogli un pugno sul capo facendo finire il medico in pronto soccorso. Questi sono i casi noti, ma parlando con i professionisti, soprattutto con coloro che operano negli ambulatori, pare proprio che vi siano un mucchio di situazioni gravi accadute, ma non rese note per vari motivi. “Dovessimo intervenire tutte le volte che qualcuno urla o ci insulta – ci dice un medico – staremmo più dagli avvocati che in corsia”.

Addirittura pare che qualche mese fa ci sia chi si è presentato in ambulatorio a Serravalle armato di pistola! Non sappiamo se tale fatto sia stato denunciato, ma ce lo auguriamo vivamente. Un quadro come già detto desolante, che evidentemente fa sì che i medici non siano sereni, a tutto svantaggio degli stessi pazienti. Non ci si può allora fermare alla semplice – doverosa – solidarietà, ma è evidente che le Istituzioni debbano andare oltre. La minaccia – fisica o verbale – rappresenta qualche cosa di intollerabile. I medici come tutti quanti, possono sbagliare e se sbagliano devono certamente pagare nei modi e nelle sedi preposte. Ma il far west è qualche cosa di molto lontano dallo Stato di diritto ed è il modo più facile per passare dalla parte del torto, anche nel caso si abbia ragione.

Alla luce di quanto abbiamo potuto ricostruire allora, ci facciamo carico e ci prendiamo la responsabilità di chiedere un pronto intervento alla direzione generale dell’Iss e alla Segreteria preposta perché intervengano concretamente a tutela dei medici, che hanno il dovere di prestare le migliore cure, ma anche il diritto di lavorare con serenità e senza indebite pressioni che rasentano – e in alcuni casi rappresentano – veri e propri reati, che come tali vanno perseguiti.